L’altra sera ho ricevuto una telefonata.
“Anita, dovresti scrivere un nuovo post per il blog” dice una voce dall’altro capo del filo.
Già, un nuovo articolo. Su cosa però? Dammi l’ispirazione, o Dio delle Risorse Umane (che noi del settore amichevolmente chiamiamo “Dio delle HR” perché la sigla inglese fa fico)!
E Lui l’ha fatto. O forse non è stato Lui, ma mi piace pensare che sia così: I want to believe.
Il Segno è stato sotto forma di un’altra telefonata, ben meno piacevole.

Voglio credere in mamme che non cercano lavoro per i figli

“Buonasera, avrei bisogno di alcune informazioni” dice una voce femminile.
“Mi dica, signora” rispondo io, mentre controllo la posta elettronica.
“Ho visto un annuncio di lavoro” continua la donna “per mio figlio“.

Per mio figlio.

Sento montare dentro al mio cuore rabbia e fastidio.
Calmati, Anita, non puoi urlarle contro, autocontrollo. La mamma non sa di essere l’ultima di una serie infinita di mamme solerti con figli presumibilmente indolenti. Devi spiegarlo anche a lei.
Prendo un respiro e do retta alla parte più razionale di me, mi rifugio nel mio giardino zen interiore.
Inspira dal naso ed espira dalla bocca.
“Signora” incomincio, mantenendo la calma. “Come mai non è suo figlio a chiamarmi?” domando, mentre nel mio giardino interiore regna la pace.
“Beh, volevo chiedere solo alcune informazioni” dice seccata la mamma premurosa alla ricerca di un lavoro per il figlio.

Nella mia mente si costruiscono istantaneamente quattro immagini di questo figlio alla ricerca di un lavoro.

Immagine 1: Il Bradipo. Egli è mollemente sdraiato sul divano, la mano destra infilata nei pantaloni indugia distrattamente sulle palle, dando ogni tanto una piccola grattata, giusto per non essere totalmente immoto. A breve presumibilmente inizierà a svilupparsi della muffa su di lui. Sta guardando la tv, l’orgoglio della mamma, anche se sarebbe il caso che lavorasse un pochettino. Però c’è la crisi, quindi la mamma lo aiuta.

Immagine 2: Il Cocco di mamma. Con l’indice ficcato nel naso, è accanto alla genitrice la quale telefona solerte. Ogni tanto lei gli toglie il ditino dall’anfratto, ma lui lo rinfila da imperterrito mascalzoncello che è. Il suo sguardo è bovino, ma ogni scarraffone è geniale a mamma sua. Dopo un pomeriggio trascorso a cercargli lavoro, gli preparerà la cena, gli cambierà il pannolino e lo metterà dritto dritto a letto.

Immagine 3:  L’Ameba. Il povero malcapitato tra le grinfie di una mamma chioccia non riesce a farsi valere. Ci ha provato, eh? Più volte. Quanti sguardi al cielo ha alzato mentre lei era di spalle? Infiniti. Quante volte ha cercato di fermare la mamma, mentre lei si occupava di tutto? Migliaia (anche se lei non se n’è mai accorta). Mentre la mamma telefona, le lancia occhiate di fuoco e sbuffa, ma come sempre è tutto inutile.

Immagine 4, quella peggiore, l’Ignaro: il figlio non c’è. Sta cercando lavoro autonomamente e questa è un’inziativa della mamma. Lui non è in alcun modo al corrente, se lo venisse a sapere si arrabbierebbe ed è per questo che la mamma sta agendo in autonomia.

“E perché” insisto “non mi ha chiamata suo figlio?”.
“Beh, lui poi ve lo avrei mandato” risponde serafica.

Il mio giardino zen ha un tremito. Le quattro immagini mi si alternano ed oscurano la mia pace interiore.
Inspiro. Espiro. Inspiro. Espiro.
“Signora, perché mi chiama lei e non suo figlio? Io capisco che lei sta cercando di dargli una mano.” vomito il solito discorso, impedendole di intromettersi in ogni modo. Non voglio sapere cosa pensa lei, non mi interessa. Deve capire lei cosa penso io e il male che sta facendo a suo figlio e, Dio delle Hr, fa che non si tratti dell’Ignaro, ti prego. “Signora” cerco di stabilire un legame con quella donna e le parlo con dolcezza “Così facendo non aiuta suo figlio nella ricerca di lavoro. Anzi, gli fa del male. Lasci che sia lui a farlo. Lasci che sia lui anche a sbagliare, a sbattere la faccia contro il muro. Lo farà la prima volta, ma non la seconda.”, sempre che non sia un idiota, “Io comprendo il suo volerlo aiutare: lei è una mamma preoccupata, ma così gli fa solo del male. In primis io ho bisogno di parlare con il candidato, non con altri. Potrei dovergli fare delle domande, ad esempio. Signora, la cosa peggiore è che lei così facendo potrebbe indurmi a pensare, e sono sicura che non è questo il caso, che lei non ritenga suo figlio in grado di trovarsi un lavoro da solo. Quindi le chiedo, se così fosse, io datore di lavoro come posso tenere in considerazione un ragazzo che non ha la stima nemmeno di sua madre?  Signora, lei fa del male a suo figlio, capisce?”.
La mamma mi risponde, il suo tono è gelido “Sì, capisco. Buona giornata”.
“A lei, signora, davvero, e in bocca al lupo a suo figlio”.
Riattacco il ricevitore con l’amara consapevolezza che ho è che quella donna ritiene me un’acida stronza e, nonostante il mio tentativo di essere incisiva, non ha capito il messaggio.

La ricerca di lavoro è da fare in autonomia. La valutazione parte dall’inizio. Il colloquio è talmente breve che ci serve ogni dettaglio, ogni particolare per cercare di capire una persona. La consapevolezza del fatto che non tutti siano in grado, per carattere ed attitudine, a vendersi nel migliore dei modi c’è sempre. Sono anche queste le caratteristiche che vanno nel calderone. Una persona timida e insicura, che fatica a parlare con un cliente, non sarà mai un buon venditore come qualcuno che è spigliato e non si fa intimorire dal rapportarsi con il prossimo. Questo non significa che non troverà mai un lavoro, ma, semplicemente, che non potrà essere un buon commesso. In ogni momento bisogna aver chiari quali sono i propri punti di forza e le proprie debolezze. Non si deve essere ciò che non si è, quello mai.

Il mondo della ricerca di un lavoro è una giungla nel vero senso della parola e solo i più forti vanno avanti. Con questo non sto dicendo che non si debba chiedere aiuto o consiglio a qualcuno (anzi!), ma che ci sono cose che vanno fatte di persona e che quando si sbaglia l’approccio, non è la fine del mondo, ma solo un insegnamento per il futuro. Candidandosi, sostenendo colloqui, scontrandosi con la realtà e prendendo porte in faccia si impara. Se però tutte queste cose le fa la mamma (o un altro parente o un amico) non serve assolutamente a nulla.

Genitori in ansia per il futuro del figlio, mi rivolgo a voi: con la pappa pronta il ragazzo non andrà da nessuna parte. Se anche trovasse un lavoro grazie a voi, prima o poi, dovrà comunque cavarsela da solo. La pappa pronta è un veleno e agirà, un giorno. Potete aiutarlo, ma il tempo del bacino sulla bua finisce e si deve imparare a medicarsi le ferite da soli e prima s’impara, meglio è.

Anita